Cosa c’è dietro un orecchio che duole


Sintomi, linguaggio dell’anima

Noah

Cosa c’è dietro un orecchio che duole, un occhio che lacrima, una fronte che scotta, una difficoltà di respiro ? Ce lo siamo mai chiesti ? I più – sia medici che genitori – si fermano al sintomo  e danno la colpa ai germi di passaggio, come se la responsabilità fosse tutta loro, e i nemici da combattere fossero  virus e batteri, insomma l’ultima epidemia di turno… Ma non è così. Perché alcuni bambini si ammalano e altri resistono pur andando tutti all’asilo nido ?  Ce lo siamo mai domandato ? Perché alcuni sprizzano salute da tutti i pori e altri sono sempre pallidi e malaticci ?

La malattia è  linguaggio del corpo, del corpo che si ribella, che urla il suo dolore. Un bambino piccolo non ha altro modo per parlare, non può esprimere a parole ciò che prova, può solo dirlo attraverso la pelle che si arrossa, il peso che non aumenta, il sonno disturbato, la mancanza di appetito. Sta a noi capire. Per farlo occorre mettersi all’ascolto, con umiltà e pazienza. All’ascolto di quel bambino, della sua storia, così unica e speciale, all’ascolto della sua mamma o di chi ce lo porta, che ci racconta di lui. A volte ci vuole tempo per capire, per riuscire a srotolare la matassa. Non sempre l’intuizione è immediata. A volte vanno dissotterrati i ricordi, ricostruita la trama. Bisogna risalire la corrente fino al punto in cui si è inceppato il flusso, laddove si è formato il nodo e piano piano allentarlo per poi riuscire a scioglierlo del tutto. E’ un lavoro da investigatori e a volte da archeologi, che spesso richiede una pazienza certosina. Non c’è spazio per la fretta. Le storie vogliono tempo, il tempo dell’ascolto, che è un tempo senza tempo. Ma nella storia c’è sempre la soluzione del problema: stanno insieme nella stessa confezione. Ecco perché è così importante soffermarsi a lungo su di essa.

E allora cosa si scopre ? Che dietro il sintomo – dagli incubi notturni all’eczema, dal ritardo di crescita al reflusso -  c’è stato un trauma, a volte alla nascita, a volte dopo, a volte addirittura durante la vita prenatale. Che dietro la facciata, la macchia di umido sul muro, c’è un tubo rotto da qualche parte, che perde acqua… Ed è quello che siamo chiamati ad aggiustare. E’ l’idraulico che serve, non l’imbianchino…

La terapia qual è? Ci vuole un rimedio che riempia il buco, che sani la ferita, che dica il non detto: questo è lo scopo. Può essere un tubetto di granuli, un fiore o anche una parola ben detta (cioè benedetta !) che risuoni alla stessa frequenza del paziente e metta in moto le sue risorse, le sue capacità di guarigione. Non è mai il fuori che cura, ma solo ciò che nasce dall’interno. Dall’esterno arriva solamente la spinta d’incoraggiamento…

Ecco perché per trovare il rimedio giusto, occorre prima trovare il nodo, capire il tema di fondo del paziente, il suo problema di base o, come direbbe Bach, la lezione che è chiamato ad imparare… Solo così sarà possibile individuare ciò che può aiutarlo perché porta in sé l’informazione mancante, perché vibra dello stesso spirito.

Ma molto spesso il rimedio non basta, non è sufficiente da solo, occorre anche un’azione, una  trasformazione del pensare o dell’agire. “Comprendere, possedere, trasformare” diceva Assagioli ed è diventato il motto della Psicosintesi. Il pensiero errato, l’idea falsa e preconcetta va sostituita con un’altra più idonea e positiva. A volte va cambiato un comportamento, se non addirittura uno stile di vita. La liberazione dal sintomo non è altro che un’azione che libera.

Per quanto riguarda i bambini, sono i genitori che spesso devono cambiare i loro atteggiamenti, i loro metodi educativi, imparare a disinnescare il pilota automatico e andare a guardare cosa c’è che non va in loro. Non tutti sono disposti a farlo ma molti sì. Specialmente se si spiega quanto è importante quest’opera di ristrutturazione per evitare di passare ai figli le colpe dei padri…